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L’ITALIA CHE CONSUMA: I RIFIUTI ED IL NOSTRO DOMANI Le proposte della FP CGIL per la gestione del ciclo integrato dei rifiuti
Luglio 2005
Premessa GeneraleA sette anni dall’entrata in vigore del Decreto Legislativo 22/97 Ronchi in materia di rifiuti la tutela ambientale del territorio, attraverso la riforma organica della gestione e del controllo dei rifiuti, ha avuto un netto e progressivo miglioramento, elemento questo che ha inciso anche in maniera decisa nell’economia generale del Paese. Il recepimento delle normative europee, nel quadro confuso e precario della legislazione italiana in materia fino alla fine degli anni Novanta, non solo ha introdotto elementi di grande novità sugli obiettivi qualitativi cogenti da raggiungere, necessari per la tutela del territorio, ma ha sviluppato e trasformato l’idea di “rifiuto” come elemento non più solamente da smaltire ma da gestire obbligatoriamente nella sua complessità, in conformità con gli altri paesi europei. È utile ricordare che la preoccupante realtà italiana dei decenni trascorsi nella tutela dell’ambiente e del territorio era caratterizzata da una disarticolazione non solo legislativa, ma soprattutto culturale, sociale ed economica. Tutto ciò aveva prodotto un’arretratezza complessiva più netta ed evidente rispetto al resto dei problemi del Paese, arretratezza oltretutto fortemente diversificata tra le diverse aree del territorio. Pianificare e assemblare, attraverso scelte mirate delle Amministrazioni locali preposte, il trattamento dei rifiuti in una logica integrata tra chi produce, chi raccoglie e chi smaltisce, anche attraverso una legislazione nazionale e regionale che favorisca iniziative politiche e culturali che modifichino il sistema produttivo industriale, non può che garantire una riduzione della quantità e pericolosità complessiva dei rifiuti. Tutto in una logica di autosufficienza di gestione territoriale, valorizzando un modello di smaltimento autonomo, capace di sviluppare nuovi livelli di occupazione in tutti i territori, con azioni idonee a favorirne il riciclo e il riutilizzo, anche energetico, in un contesto territoriale ottimale. Premesso ciò risulta evidente, anche alla luce delle drammatiche emergenze che stanno caratterizzando le quotidianità soprattutto nel Sud del Paese, che il Decreto legislativo Ronchi non può essere solo un punto d’arrivo, ma deve anche rappresentare una svolta socio-culturale da sostenere e integrare con scelte politiche forti da parte di tutti i soggetti istituzionali. Quanto detto è indispensabile affinché possa realmente prendere corpo una corretta politica di ciclo integrato del rifiuto all’interno di un sistema evoluto e industrializzato, ancorato a una sostenibilità ambientale, in linea con gli indirizzi europei. Il D. Lgs. 22/97 rappresenta pertanto per la Funzione Pubblica CGIL il quadro legislativo di riferimento a partire dal quale sviluppare politiche programmatiche e di sviluppo nei vari settori dei servizi. Ed è proprio l’assenza di tali politiche che ha sostanziato il giudizio molto negativo sulla Delega Ambientale voluta dal Governo. La controriforma ambientale concepita nella Delega vuole frantumare l’idea di “sostenibilità” depenalizzando gli abusi compiuti contro il paesaggio e, contemporaneamente, riscrive il concetto di gestione dei rifiuti annullando un’idea del ciclo integrato come strumento per la tutela del territorio. Ovviamente senza tenere conto degli indirizzi previsti dalle direttive del Parlamento europeo. È evidente che non sono da meno le responsabilità di quelle Regioni che in questi anni non hanno ancora sviluppato un’azione robusta per la tutela dell’ambiente attraverso l’approvazione e la messa in atto dei piani regionali integrati per la gestione dei rifiuti. La forza feroce di cosche criminali interessate al business dello smaltimento, le lobbies trasversali dei poteri forti, la ricerca spasmodica del consenso e l’inevitabile indecisionismo da parte degli Amministratori locali sono le principali ragioni che stanno condannando gran parte del territorio italiano - rimasto a un approccio “casereccio” della gestione ambientale - allo scempio del paesaggio e al disastro idrogeologico, trasformando la bell’Italia in una pattumiera a cielo aperto. Pianificazione, organizzazione del lavoro, incentivi, sinergie e quanto altro sono strumenti irrinunciabili per creare un sistema territoriale proiettato verso lo sviluppo esaustivo del ciclo completo, necessario per la “qualità” complessiva dell’ambiente, ma anche utile come volano delle economie locali attraverso gli effetti dell’indotto. Pertanto la FP CGIL ritiene urgente sostenere con forza, attraverso l’approvazione rapida dei Piani Regionali mancanti, l’avvio in tutte le province di un ciclo evoluto e mantenuto in equilibrio. Fasi del ciclo L’approccio al tema non può prescindere dalla affermazione di una scelta convinta per una gestione unica delle diverse fasi del ciclo ed, in ogni caso, per la previsione di meccanismi di garanzia sulla congruità delle diverse fasi (ai fini della sostenibilità economica, oltre che ambientale). Le fasi, fra loro complementari, indispensabili per la realizzazione della gestione integrata del ciclo si possono così riassumere: - raccolta differenziata; - impianti di pretrattamento e separazione del materiale; - impianti per la produzione di compost e Cdr, impianti di trattamento dei beni durevoli; - impianti di termovalorizzazione; - discarica. A) Prevenzione e raccolta differenziata del rifiuto La crescita esponenziale della quantità complessiva annua di rifiuti, sia domestici che industriali, alla lunga può destabilizzare qualsiasi piano regionale in materia di smaltimento. Quindi, per avere un corretto equilibrio tra le varie fasi del ciclo integrato, è fondamentale partire dal presupposto che solo prevedendo la quantità complessiva del rifiuto prodotto si può condurre una corretta politica sul territorio. Ovviamente prevenire l’eccessiva produzione e pericolosità del rifiuto non significa ridurre tout court i consumi o sviluppare un nuovo modello sociale ma attivare, ad esempio, una nuova politica di produzione industriale che tenga conto necessariamente della riduzione volumetrica e quantitativa dell’imballo per il prodotto finito. Responsabilizzare il produttore e imporre a suo carico i costi di smaltimento degli imballaggi, nonché incentivare la domanda di prodotti in contenitori meno pesanti e ingombranti attraverso aiuti fiscali, possono essere soluzioni efficaci per ridurre i rifiuti ancor prima che gli stessi diventino tali. In sintesi: se riuscissimo a riqualificare l’offerta del prodotto finito, agendo direttamente sulla sua progettazione, possiamo limitare i danni e le conseguenze legate all’imballaggio con il minor impatto possibile e a un costo sicuramente molto più contenuto. Purtroppo è sconsolante constatare che, nella gestione integrata del ciclo dei rifiuti, l’interesse relativo alla riduzione dello stesso sconta i maggiori ritardi a livello legislativo. Pur avendo specifiche competenze, il Parlamento - ma anche parte delle Amministrazioni locali - non hanno provveduto in nessun modo a regolamentare l’annosa questione degli imballaggi attraverso normative specifiche per il sistema produttivo industriale. La centralità della gestione del ciclo integrato deve necessariamente passare attraverso l’attuazione di robusti programmi per la raccolta delle varie frazioni del rifiuto in maniera differenziata, articolata in modo capillare sul territorio, in maniera tale che si possa ottimizzare il riciclo di materie prime/seconde e, contemporaneamente, ridurre la quantità di rifiuti da trattare. Per la Funzione Pubblica CGIL la raccolta differenziata, oltre ad essere il primo anello dello smaltimento nello spirito e nei limiti del Ronchi, è un segmento forte e centrale del ciclo integrato perché consente di recuperare materiali riutilizzabili e di ridurre il rifiuto da smaltire. Tutto ciò non può che stravolgere i modelli culturali di comportamento in materia di consumi e in questa prospettiva un cittadino può diventare parte attiva nel ciclo stesso. In sintesi riteniamo sia fondamentale che la quantità di materie riciclate possa e debba crescere notevolmente, con una azione forte dei consorzi di recupero, di tutti i soggetti coinvolti e di una robusta legislazione, affinché si sviluppi il relativo riuso del materiale riciclato. D’altronde la raccolta differenziata non può che essere il mezzo per raggiungere l’obiettivo primario: reintrodurre nella catena produttiva materie prime altrimenti destinate alla discarica, evitando così anche uno sfruttamento sostenuto delle risorse naturali. Allo stato attuale, nonostante le politiche di disincentivo da parte dell’attuale Governo, dal 1997 ad oggi la raccolta differenziata ha fatto registrare un aumento dei livelli percentuali in maniera consistente. Certamente i co-finanziamenti (costo di smaltimento a carico del consumatore), gli investimenti da parte di molti Comuni, l’informazione/formazione del cittadino e la capacità di individuare e raccogliere ampi flussi di materiale di specifiche filiere produttive hanno permesso il raggiungimento di buoni risultati nella raccolta differenziata. I RSU differenziati sono passati dal 9,4% del 1997 al 18,5% del 2002, il che dimostra, nella prospettiva di riforma, che l’opera di sensibilizzazione dei cittadini è servita a diffondere un modello culturale che fino a qualche anno fa non era neanche preso in considerazione. Tale incremento di percentuale di per sé però non ci garantisce sull’effettiva incisività della raccolta differenziata, in particolare sul processo finale del riuso del materiale raccolto. Appare evidente come grande attenzione debba essere posta anche su tale fase della gestione per far sì che il prodotto della stessa sia effettivamente valorizzato e non finisca, come spesso purtroppo accade, in discarica. Sta di fatto che l’obiettivo minimo del 35% è ancora lontano se si pensa che intere regioni o comuni, per evidente incapacità politica e amministrativa, non hanno ancora avviato un programma di raccolta differenziata, disinteressandosi completamente di quanto stabilito dal legislatore. Per evitare di ridurre la qualità del materiale riciclato, andando incontro a conseguenti diseconomie (il Conai prevede corrispettivi minori sulla qualità del materiale riciclato) occorre trattare i materiali recuperati eliminando la presenza dei residui impuri. Sono pertanto utili, qualora la raccolta non avvenga in maniera mirata, specifici impianti di preselezione del materiale.
B) Impianti di trattamento e termovalorizzatori - Rapporti con i cittadini La fase finale del trattamento dei rifiuti prodotti non può non prevedere un attento sistema impiantistico. Gli impianti di trattamento dei rifiuti quali i termovalorizzatori sono quindi l’altro anello che completa il ciclo di smaltimento dei rifiuti. Tale sistema impiantistico deve prevedere varie fasi, come sopra affermato, assolutamente complementari tra loro: - raccolta differenziata - impianti di pretrattamento e separazione del materiale - impianti per la produzione di compost e del CDR - impianti di trattamento beni durevoli(smontaggio ed inertizzazione degli elettrodomestici per il recupero del freon, ecc.); - impianti di termovalorizzazione e smaltimento. Appare chiaro e utile ricordare, per quanto sopra detto, che il recupero energetico deve essere la parte finale ad integrazione di ogni fase precedente in quanto segmento del trattamento stesso, fondamentale come il processo di riduzione e di differenziazione. Quando si recupera energia si valorizza il rifiuto: il cambio è certamente virtuoso poiché i grandi vantaggi (energia e minor inquinamento delle caldaie cittadine) compensano i danni che caratterizzano lo smaltimento incondizionato in discarica. L’effetto del recupero di energia dalla termocombustione dei rifiuti è un elemento positivo di ritorno del processo. Diversamente, la quantità dei rifiuti da destinare a tale segmento andrebbe ovviamente in discarica, tenendo conto dei limiti oggettivi della raccolta differenziata. La FP CGIL ritiene pertanto prioritario e improcrastinabile superare l’uso delle discariche. I danni provocati all’ambiente dal cosiddetto “occultamento” dei rifiuti sono enormi, nonostante tutti siano consapevoli del fatto che la natura impiega mediamente 50 anni per “disintossicarsi “ dai scarti interrati. Il tutto dovrebbe farci riflettere. Da anni ormai ogni direttiva o legge di tutti i paesi europei in materia ha rivisto completamente il concetto di smaltimento finale del rifiuto attraverso la discarica senza nessun tipo di trattamento. Ciò nonostante è ovvio che l’ultimissimo passaggio del ciclo (visto che il trattamento produce uno “scarto” da lavorazione intorno al 15% del totale), non può che essere la discarica controllata. Bisogna anche tener conto che l’alto grado di inquinamento e di tossicità dei rifiuti prodotti dalle società fortemente consumistiche e la conseguente criticità per la gestione delle discariche stesse, richiedono comportamenti organizzativi precisi per ammettere gli scarti delle lavorazioni precedenti. Le amministrazioni locali debbono imporre ai gestori ferree misure per costruire, condurre e controllare la qualità delle poche discariche necessarie, misure che qui di seguito possono essere così riassunte: - predisporre accuratamente dei siti adatti (condizioni geologiche, distanze dai centri abitati, ecc.), - preparare in maniera meticolosa tutti i sistemi di tutela del terreno (impermeabilizzazione, barriere geologiche, barriere olfattive, ecc.); - analizzare gli scarti dei trattamenti prima di recepirli (radioattività, composizione e caratteristiche ecotossicologiche, inertizzazione, ecc.); Si deve in sostanza, rispetto al nuovo ciclo normativo e culturale, concepire diversamente l’uso del rifiuto da interrare. Ora e in futuro le discariche non devono più significare partecipazione passiva della comunità e grandi guadagni per pochi, a volte illeciti, ma contenitori finali per una gestione del ciclo sostenibile, partecipata e positiva. Per la Funzione Pubblica CGIL è fondamentale e irrinunciabile porre la giusta attenzione alla salvaguardia dell’ambiente e, parallelamente, al rapporto trasparente con i cittadini. Questi poi, devono essere garantiti attraverso l’informazione e un confronto aperto a più soluzioni. In un percorso democratico, le istituzioni preposte devono adottare disposizioni chiare, necessarie a dare risposte sulla corretta gestione dei rifiuti. Le proteste spesso giustificate dei cittadini rispetto alla costruzione di un termovalorizzatore o alla vicinanza di una discarica necessitano di spiegazioni sulle soluzioni tecnologiche adottate. Le alte tecnologie impiegate hanno reso sicuri ed efficienti i nuovi impianti di combustione, pertanto i risultati e le analisi dei fumi e delle polveri sottili, che tanto preoccupano, devono essere resi evidenti e disponibili in qualsiasi momento a tutte le verifiche degli organi preposti al controllo. In ultimo appare opportuno precisare che il recupero energetico da rifiuto non deve essere presentato come un pezzo di soluzione al fabbisogno energetico del Paese, poiché tale affermazione potrebbe avere ricadute vincolanti al negativo sulle decisioni da assumere. Inoltre, il peso dei necessari investimenti, di portata certamente rilevante sia in termini economici che sull’aspetto sociale, deve essere inquadrato all’interno di un quadro sinergico tra i grandi gruppi industriali del settore: con le grandi utilities, con il sistema del credito e con un sostegno anche forte dei grandi imprenditori privati, per ammortizzare nel tempo i costi necessari senza gravare sulla fiscalità generale. La tariffa È chiaro che la gestione integrata del ciclo deve essere sostenuta da una radicata e responsabile cultura ambientale dei cittadini che preveda un sistema di incentivi per quanti partecipano a ridurre, riciclare e riutilizzare i rifiuti. Parallelamente si deve penalizzare chi inquina: produrre rifiuti senza limiti e senza scrupoli è un costo pesante per la società. Tutto ciò avviene con il totale passaggio della riscossione dei costi di gestione dal Comune al gestore del servizio. I tributi della nettezza urbana (TARSU), così come previsto dal Ronchi, devono essere trasformati in tariffa di consumo procapite. L’introduzione del sistema della tariffa garantisce una totale copertura dei costi di gestione e una maggiore equità (rifiuto prodotto) per i cittadini rispetto alle “ingiustizie” della Tarsu (superficie dichiarata). Con ciò si ottiene, attraverso la realizzazione ed il rafforzamento, ove già esistente, del contratto di servizio che regola i rapporti tra ente locale ed azienda, anche un’indipendenza e una trasparenza del bilancio delle società di gestione, e il conseguente sgravio per le voci da colmare che genera l’evasione. Per la Funzione Pubblica CGIL, l’equilibrio dei costi deve tenere conto del disagio sociale ed economico presente nel tessuto delle comunità locali e occorre prevedere conseguentemente un sistema di riduzione per i meno abbienti come previsto nella Tarsu. Ma, come spesso accade, i risultati non sono all’altezza delle aspettative: infatti, introducendo il sistema tariffario, alcuni comuni non sono riusciti a produrre gli auspicati effetti positivi che il D. Lgs.22/97 prevedeva. Il meccanismo non ha saputo premiare i cittadini che si sono impegnati a differenziare il rifiuto domestico. Inoltre, l’introduzione dell’I.V.A. ha aumentato sensibilmente i costi della tariffazione.
Forse incide molto il fatto che tanti comuni,
non trattando integralmente i rifiuti – fatto questo che permetterebbe dei
risparmi - appesantiscono di conseguenza l’equilibrio gestionale dei costi
nonostante l’introduzione di un sistema di partecipazione economico più
giusto. Ambito Territoriale Ottimale e forme di gestioneA partire dalla legge 142/90 e successivamente con il D. Lgs. 22/97, il legislatore ha previsto la gestione dei rifiuti urbani in Ambiti Territoriali Ottimali.La definizione di un bacino geografico per l’operatività con dimensione sovra-comunale è necessaria per coordinare funzioni e competenze amministrative oltre l’ambito comunale. Il risultato di un’organizzazione più industriale del ciclo, nel contesto di un ambito ottimale per la gestione integrata, ha sicuramente portato degli effetti positivi per il raggiungimento degli obiettivi contenuti nella riforma sui rifiuti.L’istituzione degli ATO adottata in tutti i Piani Regionali doveva introdurre in maniera omogenea il concetto di economia di scala e il riferimento ad una maggiore qualità, economicità dei servizi ai cittadini, sia sul versante della domanda, che su quello dell’offerta. Così non è stato, ma anzi gli stessi hanno trovato una loro traduzione, sul piano organizzativo-gestionale, diversificata e difforme.Questa dimensione territoriale ha,di contro, spinto diverse province italiane, purtroppo esclusivamente nel Nord Italia, al raggiungimento dell’autosufficienza impiantistica per il trattamento totale dei rifiuti prodotti. La Funzione Pubblica CGIL giudica positiva l’esperienza - soprattutto per quelle province di scarso rilievo abitativo - della creazione di un ATO in forma interprovinciale per la gestione del servizio e per lo smaltimento dei rifiuti. Ciò permette un’unione strategica delle medio/piccole comunità locali e, conseguentemente, l’individuazione impiantistica calibrata per un bacino demografico e non geografico - amministrativo. Anche qui, come per la tariffa, per molte regioni l’integrazione uniforme del territorio individuato nei piani provinciali è stata solo un mero adempimento formale, non adottato per raggiungere gli obiettivi necessari per la sostenibilità ambientale. Oltretutto le Regioni, con motivi difficilmente comprensibili, hanno istituito gli ATO con forme d’autorità d’ambito differenti dalla volontà del legislatore, conferendo ad essi poteri ingiustificati e paradossali sulla gestione e sul controllo dei servizi. Vale a dire che, accanto agli aspetti prettamente tecnici e amministrativi, si sono aggiunti motivi di gestione politica che hanno moltiplicato il numero degli ATO e dei sub-ambiti, il numero dei consigli d’amministrazione e la quantità di denaro in circolazione per funzioni burocratiche conferite ingiustificatamente e a sproposito. Gli ambiti territoriali non debbono essere delle sovrastrutture alle prerogative dei singoli comuni, ma enti il cui compito consiste nella funzione regolatrice di gestione e smaltimento del rifiuto in un ambito dimensionale più ampio. Sicuramente, anche alla luce di quanto accade in Emilia Romagna, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia ecc., i grandi processi aggregativi delle aziende multiutilities stanno configurando nuove realtà imprenditoriali, per le quali la definizione di bacino ottimale assume un nuovo aspetto. La gestione dei rifiuti urbani in termini dimensionali, concorrenziali, economici sarà sempre più ridisegnata dal mercato e dalla logica di gestione d’impresa che le amministrazioni locali, in termini qualitativi ed economici, ripongono nel sistema di gestione dei servizi pubblici locali. In questo ambito si accentuerà la specializzazione dei servizi offerti, dell’innovazione tecnologica e dell’organizzazione del lavoro, come elementi di concorrenza e di riuscita dell’azienda ambientale di tipo industriale. Conseguentemente, i comuni devono organizzare all’interno degli ATO quelle forme di gestione integrate, secondo i criteri di economia di scala, per conseguire risultati adeguati all’interesse generale, capaci di superare le frammentazioni campanilistiche. È chiaro che per la FP CGIL va valutata attentamente l’individuazione e l’attuazione di una delle modalità previste dalla normativa vigente per scegliere la forma e il gestore del ciclo e dello smaltimento all’interno dell’ATO. Partendo dal presupposto che sia fondamentale superare le forme di gestione in economia per ragioni di facile intendimento, la FP CGIL ritiene che una scelta vada fatta su elementi concreti e non su questioni politiche o ideologiche. Nel contesto non va dimenticato, ancora una volta, che il grave ritardo in materia del Sud del Paese è imputabile anche al mancato avvio in forma strutturale degli ATO, con le conseguenti non scelte per la gestione del ciclo e l’ovvio immobilismo che stabilizza in un 42% i Comuni gestiti ancora in economia ed in oltre il 50% del servizio gestito con forme d’appalto al massimo ribasso. Forse, per superare questa evidente situazione di stallo occorrerebbe un ruolo centrale delle imprese pubbliche (anche miste a maggioranza pubblica) che favorirebbero quei grandi processi di crescita su ampia scala, di efficentamento e di tutela qualitativa del territorio che le regioni del Sud aspettano da tempo. In sintesi occorre superare nel Sud, come nel resto d’Italia, quel sistema diffuso di piccole e medie imprese protagonista di un nanismo gestionale che ostacola una crescita in grado di ottimizzare le risorse locali disponibili. Occorre anche precisare che, per ragioni diametralmente opposte, le scelte di un’altra parte del Paese, forzatamente “sparate” su logiche di mercato, alla lunga potrebbero contrarre quello che il sistema del ciclo integrato riesce a generare: qualità dei servizi, diritti per il lavoro e garanzie per l’ambiente. Infatti, le esperienze in essere stanno alla lunga evidenziando una preoccupante attenzione delle aziende alla ricerca spasmodica di una progressiva ed accelerata finanziarizzazione, a scapito del necessario equilibrio tra dinamiche finanziarie, qualità dei servizi e del lavoro e qualità ambientale. Crediamo occorra non perdere il nesso con la motivazione originaria che è alla base del processo di trasformazione delle ex aziende municipalizzate in holding: uno strumento che doveva rendere maggiormente praticabile, da parte delle comunità locali, il governo di importanti beni essenziali come l’acqua, l’energia e l’ambiente. Gli obiettivi di un consumo consapevole sono ad oggi ancora pienamente validi: consumare meno acqua ed energia, ridurre la quantità complessiva dei rifiuti, salvaguardare l’ambiente sono valori che ogni comunità deve perseguire. Per questo le aziende pubbliche devono privilegiare processi innovativi nell’organizzazione del lavoro e dei servizi e investimenti nel campo della ricerca per rendere praticabili le scelte che su questi valori le comunità locali hanno effettuato. E’ evidente quindi, per quanto sopra precisato, che l’opportunità data dalla legge 448/01, nell’articolo 35, di scegliere anche l’affidamento “in casa” dei servizi, voluta da parti della maggioranza di Governo per rispondere alle logiche del “campanile” e delle lobbies locali, è dannosa ed contraddittoria. La scelta “di perimetrazione” nella gestione del servizio modello ex municipalizzate andrà a incidere sulla forte necessità di sviluppo industriale e crescita territoriale delle aziende, con la conseguente perdita dell’autonomia decisionale, necessaria per ottimizzare la qualità dei servizi e il mantenimento dei costi. Prima o poi bisognerà spiegare ai cittadini come e dove si spendono le risorse economiche: d’altronde tante piccole uscite corrispondono a tante strutture, a tanti mezzi aziendali, a tanti consigli d’amministrazione, ecc. Razionalizzare e ridurre i costi è un’azione che non riguarda solo i rifiuti, ma evidentemente anche le spese delle piccole aziende comunali che devono necessariamente unirsi. Inoltre, sempre in merito alle disposizioni legislative introdotte nella riforma dei servizi pubblici locali, la Funzione Pubblica CGIL esprime forte dissenso rispetto all’obbligatorietà per le aziende locali di separare la gestione delle “reti” dalla gestione degli “impianti”. Tutto ciò nel trattamento dei rifiuti sarebbe sbagliato e dannoso. Lo stesso deve obbligatoriamente essere integrato e quindi è fondamentale che sia unico anche il gestore, comprendendo in esso anche gli impianti, perché il soggetto che raccoglie i rifiuti nella città deve essere quello che controlla la qualità conferita agli stessi. E’ evidente che un’amministrazione locale, attraverso lo strumento dell’azienda pubblica (che non può basare la propria strategia aziendale sul solo profitto), può effettuare un maggior governo e controllo del processo dei rifiuti che confluiscono nelle stazioni impiantistiche, garantendo così un equilibrio fra costi e sostenibilità ambientale. In estrema sintesi, qualità dei servizi, certezze nella conduzione degli impianti, equilibrio dei costi possono essere garantiti solo da un unico interlocutore dove prevalga la parte e l’interesse pubblico. In quest’ottica, va intrapresa da parte degli enti locali (Regioni, province e comuni) una politica che favorisca lo sviluppo di imprese in grado di operare su dimensioni, a partire da quelle sovracomunali, che reggano la competitività del mercato , creando buona occupazione e garantendo qualità dei servizi. Regioni commissariate
Lo sviluppo industriale del settore è certamente difficile da perseguire nelle Regioni del Sud che, in tema di rifiuti, nonostante i poteri unici dei commissari di Governo, non riescono a decidere le misure da adottare. Molti comuni e province incapaci di svolgere qualsiasi funzione politico-amministrativa hanno incaricato le strutture regionali commissariali, peraltro dotate di poteri esecutivi ampi e non certamente democratici, di organizzare un’azione “normale” sui rifiuti, legata esclusivamente all’emergenza quotidiana, gravosa sia per le scelte politiche d’intervento ambientale, che per la straordinaria quantità di denaro che grava sui costi dell’amministrazione. D’altronde i risultati, nonostante i miliardi spesi, sono visibili a tutti: città poco pulite, percentuali della raccolta differenziata vicine allo zero, pochissimi impianti attivi, discariche che invece di chiudere aumentano a dismisura. Tutto ciò ha ovviamente “dato luogo” a un alto grado di insoddisfazione dei cittadini più attenti e dei lavoratori operanti nel settore che molte volte non conoscono il significato della parola “diritti” e del termine “giusto salario”. Pertanto la Funzione Pubblica CGIL ritiene improcrastinabile il superamento delle gestioni commissariali attraverso l’immediata applicazione del documento sui Commissariamenti della Commissione Bicamerale Parlamentare. Tutte le amministrazioni locali devono poter decidere e pianificare le politiche ambientali assieme ai propri cittadini e nel rispetto dei percorsi istituzionali democratici. Questo vuol dire anche, per i compiti che a loro spettano, passare da una gestione Commissariale ad una gestione ordinaria, realizzando imprese pubbliche a livello territoriale alle quali dev’essere affidata la gestione dei servizi e degli impianti.
D’altronde nessuna autorità di Governo può
imporre nulla: per formare una cultura ambientale, per ridurre e recuperare
i rifiuti, per realizzare gli impianti necessari, bisogna esaltare quei
momenti di pubblico dibattito e partecipazione democratica dove il confronto
e la cooperazione tra cittadino e politica diventa centrale. Politiche occupazionali e contrattuali In gran parte del Paese la frammentazione del ciclo integrato e dei servizi ambientali resi ai cittadini sta rendendo incerto l’equilibrio e destabilizzante il peso dei costi di gestione. Parallelamente le continue aggregazioni tra i grandi gruppi del Nord Italia stanno privilegiando solo ed esclusivamente l’aspetto finanziario, sacrificando così altri aspetti importanti come l’occupazione e, a volte, anche i diritti contrattuali e la qualità del servizio reso. Tutto ciò a scapito dell’equilibrio costi-ricavi che si trasforma in un tormentato terreno di battaglia tra tutti i soggetti interessati: amministrazioni locali, cittadini e sindacato. Inoltre, se si aggiungono i continui tagli sul trasferimento delle risorse agli enti locali, imposto dal governo di centro-destra nelle ultime leggi finanziarie, si crea una situazione ai limiti del collasso. I movimenti che stanno caratterizzando le risorse, e quindi i bilanci, delle aziende di igiene ambientale si evidenziano nell’ossessiva ricerca di tagli sulla gestione dei servizi, mettendo da parte qualità e diritti. Ed è il lavoro degli operatori ecologici a risentire maggiormente di questa “caccia al taglio dei costi” con inevitabili incertezze, precarietà e instabilità. Come se non bastasse, le aziende cercano “risparmi” attraverso processi di esternalizzazione del servizio, utili ad applicare contratti diversi da quelli sottoscritti con Federambiente e Fise/Assombiente. La parola d’ordine è liberalizzare, ma all’insegna di un criterio liberista selvaggio. Di fatto si è sviluppato un mercato dei rifiuti liberalizzato solo per contrarre i diritti di chi in questo settore lavora e non indirizzato a una vera concorrenza che privilegi professionalità, capacità finanziarie e tecnologiche delle aziende. Per il sindacato il mercato non è un tabù: deve però essere chiaro che anche la partita della liberalizzazione necessita di regole, tutele e diritti. Un contratto collettivo nazionale può essere forte strumento di garanzia e di regolazione della concorrenza e del mercato nel settore, con il fine di selezionare il gestore non attraverso la riduzione dei trattamenti e dei diritti,ma attraverso la valutazione delle capacità tecnologiche, finanziarie e professionali che lo stesso deve avere. Per questo la Funzione Pubblica CGIL, durante il suo ultimo congresso e nell’azione politica quotidiana, ha ribadito la necessità di raggiungere l’obiettivo del contratto unico di settore come strumento di “tenuta” e di “proposta”. Con le firme sui testi contrattuali si è parzialmente raggiunto questo obiettivo che dà al settore uno strumento utile a contenere e a governare i nuovi processi di trasformazione e aggregazione. La necessità di ridurre le differenze che caratterizzavano i due contratti di settore, rendendoli competitivi rispetto ad altri contratti, era possibile solo ed esclusivamente con l’utilizzazione di strumenti normativi nuovi e flessibili. Rendere cioè lo strumento contrattuale un contenitore forte per traghettare la categoria nel mare della liberalizzazione sempre più selvaggia dei costi. I rinnovi sottoscritti hanno voluto e trovato il giusto equilibrio: diritti dei lavoratori in cambio di qualità ed efficienza nei servizi. Conseguentemente a ciò deve invertirsi il processo di esternalizzazione che le aziende hanno perseguito negli anni, riportando all’interno le fasi del ciclo prima dimesse e questo per avere territori qualificati, cittadini soddisfatti e lavoratori tutelati. La Funzione Pubblica CGIL ritiene che le forme di gestione possono essere diverse, ma privilegia comunque la gestione a totale capitale pubblico o a maggioranza pubblica. Pertanto, uno sviluppo che garantisca la re-internalizzazione dei servizi può avvenire anche attraverso l’apporto economico e finanziario di partners privati in grado di fornire un vero valore aggiunto, purché sia chiaro e trasparente il controllo da parte dell’azienda madre (holding). Solo così, evitando anche azioni di “dumping” sui lavoratori, si possono avere trasparenza e qualità uniformi nella gestione dei servizi, rintracciando ed emarginando con determinazione dalla gestione del ciclo dei rifiuti le aziende legate alla microcriminalità organizzata. Contemporaneamente le amministrazioni locali devono prevedere, tanto nell’emanazione dei piani regionali, quanto nella pubblicazione degli appalti per l’affidamento del servizio, alcune causole blindate che salvaguardino i livelli occupazionali ed impongano l’applicazione dei contratti di settore. Tutto ciò per rafforzare una gestione industriale ottimale. Quindi è indispensabile che nei contratti unitari di settore siano realizzati i seguenti strumenti:
Contestualmente, a livello di singole aziende/holding occorrono protocolli di relazioni industriali che garantiscano comunque al sindacato, nazionale e territoriale, unitarietà di governo dei processi di trasformazione, valorizzazione delle professionalità dei lavoratori e delle lavoratrici, unitarietà delle politiche retributive a fronte delle eventuali frantumazioni del ciclo. Pertanto è fondamentale nei processi aggregativi delle multiutilities perimetrare i contratti (igiene ambientale, energia, gas-acqua) per filiere di attività, garantendo nel percorso istitutivo delle stesse, sia per i lavoratori in servizio che per quelli futuri, il mantenimento del regime contrattuale per tutte le fasi della filiera stessa (per l’igiene ambientale: spazzamento, raccolta, trasporto, trasformazione, smaltimento e servizi accessori e complementari). Occorre altresì garantire, attraverso la contrattazione aziendale, i necessari percorsi di omogeneizzazione retributiva e normativa fra i diversi regimi contrattuali. Una presenza forte del sindacato quindi per mettere in campo una partecipazione attiva dei lavoratori e delle lavoratrici ai processi di sviluppo delle imprese industriali. Per queste ragioni la Funzione Pubblica CGIL ha rigettato, nella sua attività contrattuale, l’applicazione integrale del Decreto Legislativo 276/03, impedendo così una fortissima precarizzazione e la messa in discussione dei posti di lavoro. Attività questa che la Funzione Pubblica intende proseguire a livello territoriale, con un attento monitoraggio, attraverso la contrattazione aziendale, sulle politiche occupazionali delle aziende perché efficacia e valorizzazione delle risorse umane corrispondono a qualità del lavoro, tutela dei lavoratori e delle lavoratrici, tutela dell’ambiente e dei servizi resi alla cittadinanza. Il contratto collettivo nazionale di lavoro è quindi un importante strumento per contrastare la frantumazione e precarizzazione tuttora esistente nel settore: tale percorso va ulteriormente rafforzato, attraverso il lavoro quotidiano, mirando a porre in campo, azienda per azienda, processi di inclusione e ricomposizione dello stesso. E’ necessario quindi che già nella fase della contrattazione territoriale, nei tavoli di confronto tra autonomie locali e sindacato confederale sulla definizione degli ATO e sui processi di trasformazione delle aziende di igiene urbana, la categoria sia presente per portare il proprio contributo di esperienza sul versante della tutela dei lavoratori e delle lavoratrici, nonché su quello della qualità dei servizi erogati. |