" il futuro del ciclo integrato dei rifiuti nelle liberalizzazioni"
relazione introduttiva di franca peronI
segretaria naz.le fp cgil
Roma, 27 febbraio 2007
L’iniziativa di oggi si pone nel solco
della nostra riflessione di categoria sullo “stato dell’arte” del
settore, anche alla luce delle modificazioni intervenute nell’ultimo
periodo ed in prospettiva della discussione del ddl “Lanzillotta”.
Oggi quindi vorremmo parlare della gestione del ciclo integrato dei
rifiuti, toccando il tema del modello di gestione.Sicuramente il
susseguirsi di normative regolamentari – a volte anche discordanti – non
ha contribuito ad uno sviluppo regolato del settore. Ma oggi, dobbiamo
dire di essere ulteriormente preoccupati dalle prospettive che sembrano
avanzare con i progetti di liberalizzazione che stanno prendendo campo.
Prioritariamente vorrei sottolineare come il ddl Lanzillotta abbia una
impostazione sbagliata perché accomuna tipologie di servizi
profondamente diversi, avendo come unico obiettivo l’apertura al
mercato, a prescindere.Il ddl ha anche una impronta neo liberista,
racchiusa nel concetto che solo liberalizzando/privatizzando si possono
avere servizi migliori per l’utenza a costi più bassi. Occorrerebbe
chiedere ai cittadini di Aprilia, che sono stati soggetti passivi di
una liberalizzazione – quella dell’acqua – cosa ne pensino al
riguardo!L’analisi di precedenti percorsi di liberalizzazione non ha
dato questi risultati così concordanti: guardiamo alla telefonia o, se
andiamo all’estero, le privatizzazioni inglesi delle ferrovie, tanto per
citare alcuni esempi.
Inoltre, l’intervento legislativo attua un tentativo di esproprio delle
competenze e titolarità territoriali delle autonomie locali, nel
contesto della riforma del titolo V della Costituzione.. Il poter
decidere sul proprio territorio come organizzare, sul piano
quali-quantitativo l’erogazione dei servizi pubblici locali, è elemento
fondamentale per rispondere ai bisogni primari della collettività locale.Basti
pensare alle scelte che attengono alle politiche ambientali legate alle
vocazioni storiche, sociali e produttive dei territori: come è possibile
pensare esista un solo modello declinativo sull’intero territorio
nazionale?Questo vale a maggior ragione per la gestione del ciclo
integrato dei rifiuti, che noi riteniamo debba rientrare a pieno titolo
in quell’area nella quale noi identifichiamo i cosiddetti “beni comuni”.
La tutela dell’ambiente è bene comune che va preservato e la
realizzazione della stessa necessita di strumenti di forte controllo da
parte delle comunità locali, strumenti che possono essere efficaci solo
nella misura in cui sono agiti direttamente.
Abbiamo tentato, con il pragmatismo che ci contraddistingue, di andare
aldilà delle affermazioni di principio, che rischiano di divenire
esclusivamente ideologiche, tentando una lettura dello “stato dell’arte”
ed un approfondimento sui modelli di gestione in essere. E’ quindi
questo il tema di oggi.
Così come crediamo non si tratti di aderire
o meno acriticamente alla liberalizzazione e alla successiva cessione
delle attività/imprese pubbliche, piuttosto di analizzare e trovare il
punto di equilibrio tra il mercato e la necessità dell’intervento dello
stato nell’economia reale per lo sviluppo.
Noi crediamo infatti che l’impresa pubblica non sia la rappresentazione
del potere o l’occupazione del mercato da parte dello stato, ma possa
essere anche uno strumento prezioso che la pubblica amministrazione
utilizza per risolvere molti degli ancora irrisolti problemi economici.
Così come è un dato difficilmente contestabile quello che tutti i più
importanti Paesi a capitalismo avanzato hanno tratto un enorme beneficio
dalla presenza dello stato nell’economia reale.
Ma, ritornando al tema delle privatizzazioni/liberalizzazioni, occorre
prioritariamente rilevare che sul territorio nazionale, nel settore
ambientale, così come in altri settori, non esiste alcun straccio di
politica industriale che garantisca la presenza di soggetti in grado di
stare in campo producendo buoni servizi, buona occupazione ed attività
economicamente significativa.
La legislazione del settore è carente. I tentativi di regolamentazione
del settore, susseguitisi con i diversi Esecutivi, non hanno prodotto
significativi risultati, registrando una battuta d’arresto con la delega
ambientale del governo Berlusconi, che ha tentato di destrutturare
profondamente il settore, a partire dalla rivisitazione del concetto di
rifiuto e che ha introdotto elementi di frantumazione nella gestione
integrata del ciclo, espropriato la titolarità dei soggetti
istituzionali (autonomie locali) e tentato di consegnare ad un monopolio
privato la gestione terminale del ciclo dei rifiuti.
In questo quadro, si prevede- appunto - nel
settore dei rifiuti un percorso di completa apertura al mercato. Questo
percorso non prefigura, per le motivazioni che poi tenterò di
spiegare, allo stato le condizioni di contesto nonché quelle di
regolazione che rendono possibile il superamento delle attuali
difficoltà del settore e delle questioni (dai diritti alla trasparenza,
dalla tutela delle fasce deboli alla sicurezza ed alla legalità) che
rappresentano per il Sindacato punti assolutamente prioritari.
E’ sintomatico ad esempio come la Carta dei Servizi
(che pure non è uno strumento risolutivo) rimanga documento obbligatorio
nei servizi idrici, ma ancora strumento volontario per il ciclo dei
rifiuti. Come Categoria, assieme al
Dipartimento Ambiente della Confederazione, abbiamo prodotto una prima
riflessione, che riprenderò nella mia introduzione. Altre questioni
verranno sicuramente riprese dal compagno Ludovico Ferroni del
Dipartimento Ambiente che interverrà nel corso dei nostri lavori.Prima di
affrontare il quadro della gestione del ciclo integrato dei rifiuti su
scala nazionale, vorrei fare presente come però ci sia tutto un pezzo
del settore/mercato che spesso non compare e che ha effetti importanti sul
versante economico/ambientale.Sto parlando dei consorzi obbligatori per il
riciclo di materiali, delle discariche, degli stessi impianti di
termovalorizzazione che sovente sono fuori dal ciclo integrato dei
rifiuti.
Sul primo, i consorzi, parliamo di un
“mercato obbligatorio” (imballaggi, Conai e Consorzi obbligatori e/o
volontari di filiere) determinato normativamente dallo Stato fin nelle
articolazioni interne di questi soggetti.
In questo segmento è evidente che all’obiettivo pubblico di raggiungimento
dei livelli di Raccolta Differenziata in tutto il territorio nazionale si
sostituisce un indirizzo privato che tende ovviamente al raggiungimento
dello stesso in una condizione di pareggio (o di non spesa) di bilancio.
Ciò porta ad accentrare risorse finanziarie e sforzi organizzativi là dove
è più facile cogliere, a parità di investimento, risultati percentuali
nettamente superiori alla media nazionale. Così, visto che gli obiettivi
di riciclo per il Conai sono nazionali, si continua a privilegiare i
risultati positivi del Nord ed a non risolvere i problemi del Sud .Un
ruolo decisivo in questa direzione è giocato dalle inadeguatezze
territoriali del ruolo pubblico (soprattutto nel Mezzogiorno) con la
conseguenza, per certi versi paradossale, di un trasferimento netto di
risorse finanziarie dal Sud al Nord del Paese e dal riuso e riciclo alla
termovalorizzazione.
Il secondo segmento, quello delle discariche, è un mercato nel quale vi è
un monopolista della domanda che è tra l’altro titolare di un potere
esclusivo di concessione nel quale lo stesso rinuncia volontariamente ai
benefici della concorrenza e favorisce invece vere e proprie rendite di
posizione.
In via teorica si dovrebbe infatti pensare il detentore del monopolio
potrebbe aprire la possibilità ai privati, detentori di suolo
effettivamente utilizzabile, di avanzare liberamente le proprie offerte di
servizio, valutandole dal punto di vista economico ed al netto delle
garanzie ambientali, sulla base della loro vicinanza massima ai livelli
dei costi tecnici di gestione. Con un sovrappiù (profitto) chiaramente
determinato e conosciuto, mentre sempre sconosciuto (e poi a carico
sociale) risulta essere la successiva bonifica dei siti contaminati. Il
paradosso economico delle discariche nasce dal fatto che il prezzo è
stabilito in una contrattazione di tipo privatistico che non ha nessuna
spiegazione e nessun riferimento nella tariffa imposta al
cittadino-consumatore.
Il terzo segmento appunto, è quello degli impianti. Si è sostenuto che
occorre separare la proprietà, ma di fatto anche la gestione delle reti da
quella del servizio. Ma in questo caso, reti e servizio, formano appunto
quel ciclo integrato dei rifiuti che per noi è condizione sine qua non per
garantire una gestione sostenibile del sistema.
In verità vi è anche il quarto segmento e
forse più rilevante, quello industriale del recupero e trattamento dei
rifiuti speciali, riferito direttamente alle produzioni, che spesso viene
citato come criticità ma non affrontato ancora nel modo dovuto perché in
parte ancora “poco conosciuto”.
Ma arriviamo infine al pezzo che ci riguarda più da vicino. Quello
della gestione della raccolta e smaltimento (servizio pubblico locale). Ed
è solo su questo mercato che in genere si appuntano le ansie delle virtù
progressive dell’”apertura al mercato” (e non solo dei soggetti forti ma
anche di una parte consistente della politica). E’ qui che si inserisce
il “mercato-souk dell’appalto” o ancor peggio del sub-appalto basato su
un connubio improprio tra politica ed affari ed infelicemente ridotto alla
“missione” di esternalizzare i costi dei primi tre (discariche, impianti e
consorzi) il più delle volte a detrimento dei diritti del lavoro, di chi
sulle dimensioni delle micro-gare scorge il proprio spazio di
micro-rendita di posizione e di micro-potere di mercato.
Oggi valuteremo alcune “buone pratiche” imprenditoriali, ma segnaleremo
anche i punti di forte sofferenza.
Infatti, riassumendo lo stato dell’arte, dobbiamo prioritariamente
registrare come l’assenza di politiche di investimenti nel sud del paese,
trovi drammaticamente riscontro anche nel settore.
Possiamo, per dirla con Silone, affermare che “l’ambiente e la sua tutela
si è fermato ad Eboli”.
Tanta parte del nostro bel Sud è stata territorio di scorribande di
improbabili imprenditori che hanno saccheggiato il territorio e, quando si
sono comportati bene, hanno sfruttato i lavoratori, con pericolose
contiguità con il mondo della malavita organizzata. E’ noto infatti che la
gestione illegale dei rifiuti è in testa di lista su altri mercati di
profitto illegale quale droga, prostituzione, racket, ecc.
D’altra parte, il reiterarsi dello stato di “emergenza” con le conseguenti
gestioni commissariali ha di fatto svuotato di responsabilità le
autonomie locali, oltre naturalmente le casse dello stato.
Così emergono i due anelli deboli della catena: da una parte i lavoratori
sfruttati da imprese “mordi e fuggi”, dall’altra cittadini che vivono in
condizioni di emergenza sanitaria e spesso sono strumentalizzati (vedi
caso Acerra). Per questo diventa fondamentale chiudere le gestioni
commissariali, uscendo dall’emergenza in tutte le Regioni coinvolte, e
restituendo pieni poteri e responsabilità ai soggetti preposti.
Ma poiché sarebbe sbagliato generalizzare i comportamenti, abbiamo
invitato la dott.ssa Cerroni ad illustrarci anche quella parte di mondo
dell’imprenditoria privata del settore che quotidianamente mette in campo
le buone pratiche.
Nel Nord, assistiamo invece, pur con alcuni preoccupanti casi di caduta,
che sfiorano anche lì contiguità con sistemi economici illegali e
malavitosi, a momenti di sviluppo che si possono così articolare:
-
crescita dimensionale delle imprese – pubbliche
perché nell’area privata non ci sono significative esperienze -
sviluppatesi in modelli di mono o multiutility in ambito
sovraprovinciale, con dimensionamenti che a volte superano il territorio
regionale (oggi avremo il contributo di Amsa e di Hera). Questo tipo di
aziende riesce a rispondere alla richiesta di gestione del ciclo
integrato dei rifiuti, occupandosi dalla raccolta allo smaltimento
finale dello stesso e gestendo i relativi impianti. Questo ha consentito
recuperi di produttività e di economicità nella gestione del ciclo, che
spesso sono stati legati a qualità nei servizi e nell’occupazione e che
ha dato alle stesse margini economici per tentare il “grande salto”:
quello della quotazione in borsa delle aziende, andando così a
modificare il profilo ed assetto societario delle stesse (nonché sovente
ad un peggioramento delle condizioni materiali degli operatori).
-
Dall’altra, assistiamo alla presenza consolidata
di piccole e medie aziende, ex Municipalizzate che, pur non gestendo
l’intero ciclo dei rifiuti, sul segmento di competenza riescono a
coniugare equilibrio nei costi/qualità ambientale/qualità occupazionale.
Queste aziende, in particolare le prime, sono
riuscite a registrare nella prima fase di dimensionamento anche un
interessante sviluppo sul versante della ricerca e dell’innovazione di
processo, integrando nella propria mission investimenti utili alla
sostenibilità ambientale. Dovremmo quindi dire che questo è il modello
che funziona.
La crescita dei profitti di queste aziende sta però ricollocando le stesse
verso processi di finanziarizzazione che rischiano, ad oggi, di snaturare
la mission originaria su cui sono state costituite.
La quotazione delle aziende pubbliche in Borsa introduce scelte gestionali
che possono confliggere, a causa di una “smania da dividendo” con gli
obiettivi sociali che i Comuni azionisti hanno loro assegnato.
Accade così che nei bilanci delle multiutilities potremmo leggere come un
successo l’aumento della quantità di acqua venduta causa siccità e/o
l’incremento di gas venduto a seguito di intensi inverni. Quasi fosse
positivo il fenomeno di riscaldamento del pianeta!
Appare evidente come la collocazione su modelli gestionali ed assetti
societari fortemente liberalizzati e finanziarizzati possa portare ad un
progressivo allontanamento delle stesse dalle finalità ed obiettivi che le
comunità locali hanno loro assegnato. Sul tema della governance avremo
oggi un interessante contributo del prof. Paolo Leon.
E forse, allora, sui modelli di gestione, occorre ripensare ad un loro
dimensionamento territoriale: ha senso che una multiutility – Hera anziché
Ama – vada a raccogliere rifiuti in Messico o in questo modello di
“globalizzazione” dell’intervento dell’azienda si vada perdendo anche
l’antica mission che i proprietari “Comuni” avevano ad essa affidato?
Non è forse invece più opportuno rafforzare pienamente questa mission,
pensando ad una azienda pubblica territoriale (regionale forse,
suggeriscono i compagni dell’Emilia Romagna pensando alla loro esperienza)
che operi per la riduzione dell’impatto ambientale, sul fronte della
riduzione nella produzione dei rifiuti, del consumo più consapevole di
energia, investendo quindi capitali, lavoro, intelligenze, ricerca ed
innovazione su questo versante?
E non potrebbe questa azienda essere il “braccio operativo” delle
politiche ambientali ed energetiche che le comunità locali, a partire dai
piani regionali, definiscono via via?
Così come, in questa impostazione, dovrà essere posta attenzione
all’equilibrio fra le diverse filiere organizzate.
Se il trattamento dei rifiuti con gli impianti diventa elemento
interessante di produzione di energia – e la multiutility investe
prevalentemente su questa ultima filiera – appare evidente che lo stesso
ciclo di trattamento integrato dei rifiuti verrà “piegato” agli
interessi/compatibilità di quello dell’energia, divenendo esso stesso
esclusivamente “carburante” per lo sviluppo di quest’ultimo.
Così come infine, una particolare attenzione sul versante di queste
aziende va posta sul tema “lavoro”.
Vedete, certamente la partita degli investimenti sugli impianti è cosa
rilevante, ma in molte filiere di queste multiutilities il costo
significativo è quello del lavoro.
Ora, se non si mette in campo una buona politica occupazionale (lavoro
stabile – applicazione dei ccnl di settore – rispetto delle norme di
sicurezza sul lavoro) è evidente come il segmento produttivo, attraverso
il meccanismo degli appalti e subappalti, diverrà territorio di conquista
di imprenditori di “facili costumi”, con il risultato che, attraverso la
frammentazione del ciclo, si introdurranno elementi di precarietà sul
versante occupazionale ed anche ambientale, perché vengono disperse
importanti conoscenze sulla gestione del ciclo stesso. Non a caso,
all’apertura del rinnovo quadriennale del ccnl dell’igiene ambientale
pubblica e privata, stiamo chiedendo ai datori di lavoro – pubblici e
privati – si sedersi ad un medesimo tavolo.
Come vedete, prima degli intendimenti del ddl
Lanzillotta, servono interventi significativi che regolino il settore. Il
tavolo di rivisitazione del Testo Unico Ambientale è la sede più opportuna
per garantire ciò.
Gli elementi per noi fondamentali sono quindi la clausola sociale e la
dimensione delle imprese.
La prima di queste condizioni (preventiva ed anzi pregiudiziale) è
l’introduzione nella eventuale legge delega della clausola sociale e
l’identificazione nei successivi decreti legislativi dei contratti di
riferimento. E di questo ad oggi mi risulta si siano perse le tracce nel
testo ultimo emendato.
Questo non solo per ciò che riguarda, come naturale, i diritti del lavoro,
ma anche per impedire una concorrenza selvaggia basata sulla compressione
dei diritti piuttosto che sulla qualità delle imprese, cosa questa che
valorizzerebbe anche le imprese sane..
Va inoltre evitata in esplicito la differenziazione tra segmenti ricchi
che producono profitti (discariche e termovalorizzazione) da quelli più
poveri di valore aggiunto (Raccolta Differenziata e spazzamento in primo
luogo) che scaricherebbero sul lavoro e sui diritti una inaccettabile
pressione.
La seconda condizione riguarda invece la necessità di indicare, tra i
provvedimenti previsti all’art. 2, quelli relativi alla crescita
dimensionale delle imprese in particolare per ciò che attiene alle realtà
del Mezzogiorno. La responsabilità di questa frantumazione coinvolge
colpevolmente sia gli enti locali che il sistema delle imprese e produce
in definitiva una cultura scarsamente competitiva, fortemente legata (ed
in qualche caso collusa) con la politica e legata alla logica dell’appalto
e del costo “a piè di lista”.
Gli sprechi derivanti da tale situazione sono stati calcolati in alcune
realtà e Regioni del Mezzogiorno in circa il 20% del volume d’affari
complessivo.
La normativa, che noi continuiamo a preferire di settore, deve pertanto
assumere i principi correlati della obbligatorietà per i Comuni della
dimensione minima degli ATO (almeno provinciale), della separazione netta
tra soggetti delle domanda (ATO) e soggetti gestori (pubblici o privati
che siano), dell’introduzione di criteri rigorosi ed adeguati di
qualificazione delle imprese per l’accesso alle gare, ove questa sia
scelta come modalità gestionale. Abbiamo messo il condizionale, perché non
ci stancheremo mai di ripetere che debbono essere garantite e riconfermate
le tre modalità di assegnazione del servizio, previsto dal Testo Unico
degli Enti locali 2001, che possono così consentire scelte coerenti con la
storia culturale, sociale ed ambientale dei singoli territori. Questo,
sotto la vigilanza di autorità indipendenti (nazionale e regionali) per
garantire una efficace tutela dei cittadini.
Ciò anche al fine di non rendere irreversibile il dualismo tra il Nord,
nel quale si ipotizza una concentrazione atta a favorire la nascita di una
“super-utility” capace di competere sul piano internazionale ed un
Meridione sempre più preda di una politica e di un sistema delle imprese
sempre più irresponsabile.
Queste
alcune delle riflessioni per introdurre i nostri lavori di oggi: abbiamo
pensato ad una sede seminariale, che consente ad ogni soggetto di potersi
esprimere “in libertà”. Perché crediamo che oggi sia fondamentale che la
discussione sul futuro del settore – e delle liberalizzazioni – esca dagli
angusti spazi del dibattito politico-istituzionale, ma provi ad essere
declinata anche dai soggetti più coinvolti dalla stessa: le imprese ed i
lavoratori, che forse – credo – avrebbero da dire qualcosa al riguardo
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